
Gli animalisti puntavano a far passare il concetto di morte dolce, ossia immergere in acqua fredda gli sventurati al fine di farli soffrire meno. Non so (e non intendo sperimentarlo, anche se sono un curioso di natura) se sia meglio una morte rapida e violenta, piuttosto che sentire il proprio corpo cuocere lentamente.
Fu poi la volta dell’allevamento dei maiali: la Svizzera stabilì le dimensioni minime dei porcili. Oggi, tocca all’oca estinata alla produzione di foie gras (l’anatra, non si sa perché, si può continuare a torturare).
A breve, migliaia di gourmet si vestiranno a lutto per la mancanza di fegato grasso. Già si avvertono le prime avvisaglie. I prezzi stanno lievitando.
Gli israeliani hanno già dismesso la produzione, anche se stanno meditando qualche colpo a sorpresa, con effetto dirompente se dovesse concretizzarsi sotto l’aspetto politico. Francesi e ungheresi continuano a produrre, appellandosi al fatto che tale divieto incide negativamente sul reddito della nazione e lottano affinché il principio di sussidiarietà venga preservato.
Secca la risposta della Ue che per bocca di Markos Kyprianu, commissario per la Salute e la protezione dei consumatori, dice: “il benessere animale in sé non è legato a un aumento di costi e ci sono miriadi di opportunità commerciali per una produzione rispettosa degli animali”. La guerra si preannuncia aperta.
Il foie gras, secondo i disegni della Ue, potrebbe essere solo un punto di partenza. Per i prossimi cinque anni sono al varo altre leggi in favore del benessere animale, a partire dalla sostituzione degli animali per la sperimentazione (ed era ora e, a mio avviso, più urgente del foie gras). Se Francia e Ungheria si adeguassero, il foie gras sarebbe ancor più raro e diventerebbe un mito come il brodo di tartaruga.